martedì 20 marzo 2012

Memento

Ieri sera ho finalmente colmato una delle mie tante lacune in campo cinematografico. Su suggerimento di diverse persone (ad esempio l'illustrissimo professor P. e la nostra Miky) e grazie all'ausilio tecnico dello "scaricatore" Marco, sono riuscita a vedere Memento, film di Christopher Nolan del lontano 2000.
Le mie aspettative, alimentate da tali e tanti commenti positivi, erano altissime e, fortunatamente, non sono state deluse. Anzi.
La trama del film è un grande punto interrogativo per lo spettatore fino all'ultimo minuto della pellicola. Il finale sorprende e sconvolge, pur non lasciando niente di inspiegato: all'ultimo momento lo spettatore avrà in mano tutti gli elementi per ricostruire il puzzle della vicenda.
Fin qui, potrebbe sembrare un film come tanti altri: svolgimento della storia, climax, colpo di scena finale. E anche la trama, se vogliamo, rappresenta il cliché del marito che vuole vendicare la morte della moglie, vista e rivista in tantissime pellicole.
La verità è che ciò che è davvero innovativo, cervellotico e intrippante di questo film è la sceneggiatura (e il montaggio che la segue): l'intero film è strutturato in modo tale che lo spettatore si immedesimi nel personaggio principale, assumendone il punto di vista (quindi calandosi dentro la storia), ma anche la sua patologia, un disturbo della memoria a breve termine avuto in seguito a un incidente che non gli permette di assimilare nuovi ricordi. Per riuscire a vivere nonostante questo suo handicap, il protagonista utilizzerà una serie di biglietti e tatuaggi che serviranno di volta in volta a fargli ricordare chi è, ma soprattutto qual è il suo fine ultimo. Per fare in modo che vi sia una perfetta sintonia tra personaggio e spettatore (e che il secondo non sappia nulla più del primo) la storia viene svelata dalla fine all'inizio, attraverso delle microsequenze, il cui finale coincide con l'inizio della sequenza vista in precedenza (sì, lo so, scritto così sembra difficile da afferrare, lo dovete vedere per capire).

Insomma, se mai vi capiterà di imbattervi in questo film mettetevi l'anima in pace e:
  1. non sperare di poterlo vedere e capire se lo beccate già iniziato su qualche canale strano del digitale terreste
  2. non sperare di riuscire a capire tutto e subito. Anche se a un certo punto vi sembrerà di avere la verità in tasca, state tranquilli: la vostra idea è senz'altro sbagliata.
  3. non sperare di riuscirlo a vedere se siete stanchi/insonnoliti/mentalmente apatici. Ci vuole un sacco di concentrazione
Se, nonostante questi elementi dissuasori, vi sarà venuta voglia di vedere questo film vi consiglio caldamente di farlo, in modo da poter rispondere all'unica domanda alla quale non sono riuscita a dare una risposta: perchè il tipo del Discount Inn porta Leonard in una camera (21) per poi dirgli che invece la sua camera era un'altra (324)?

lunedì 5 marzo 2012

E tu vieni in vacanza a Trento?


Martedì scorso sono partita alla volta di Trento per andare a trovare una delle mie più care amiche, Giulia, ad un anno dal suo trasferimento su al Nord.
Inutile dire che stare dietro a Giulia non rappresenta il prototipo della vacanza rilassante, anzi: abbiamo macinato chilometri su chilometri, in bicicletta, a piedi, in città e in montagna alla ricerca di laghi incastrati tra i monti. Ovviamente non reggevo il confronto con i più allenati, Giulia e Oliver, e arrancavo dietro di loro in maniera vergognosa, lamentandomi di tutti i dolori muscolari possibili (chiedo loro pubblicamente scusa per questo!). Ho visto posti nuovi e per me esotici: tetti aguzzi e ricoperti di tegole coloratissime, torrenti dalle acque cristalline, città il cui centro è lasciato completamente ai pedoni (e ai ciclisti). Per non parlare della ben nota efficienza nordica in termini di trasporto pubblico, che per chi viene da Roma è davvero sconvolgente. Sebbene poi Giulia si lamentasse di alcuni aspetti dell'organizzazione del suo studentato, San Bartolameo, io sono rimasta sconvolta da quello che hanno a disposizione gli studenti che vi risiedono: palestre, campetti da calcio e da basket, biciclette personali... cose inimmaginabili anche solo a poche centinaia di chilometri a Sud.

Anche dal punto di vista antropologico, il mio viaggio è stato interessante. Durante una delle cene organizzate da Giulia, un ragazzo in particolare ha fatto crollare tutte le mie certezze. Da un lato ha capito da come ho pronunciato il mio nome mentre mi presentavo che non ero delle loro parti (e, vabbè, fin qui niente di strano), dall'altro mi ha detto che sembro "uscita da un film di Muccino, di quelli in cui gli adolescenti romani girano per la capitale sul motorino e con la scodella in testa", lasciando sottintendere quanto fosse marcato il mio accento romano. Ora, per una che ha creduto tutta la vita di avere una parlata abbastanza neutra sentirsi dire qualcosa del genere è un vero trauma! Non ho avuto la prontezza di rispondere che, tutto sommato, non cambierei per niente al mondo il mio modo di parlare con il loro (ma forse ho preferito glissare su questo. Dopotutto, lo conoscevo sì e no da un'ora...). E inoltre, sempre lo stesso ragazzo, alla mia risposta su cosa fossi andata a fare a Trento, mi ha risposto incredulo con la frase che dà il titolo a questo post... Il momento clou della serata è però arrivato quando uno statunitense, un trentino e un tedesco hanno fatto a gara per aggiudicarsi il titolo di "miglior barzelletta sugli ebrei", seguiti a ruota dagli gnomi coi cappelli di Giulia.
La serata/aperitivo non è stata altrettanto divertente, a causa dell'elevato numero di partecipanti (i più sconosciuti alla stessa Giulia) e del chiasso del locale, e mi è dispiaciuto non poter approfondire la conoscenza di due tipi che sembravano simpatici.

In coda, ne approfitto per ringraziare ancora una volta l'intero gruppo: Giulia per la compagnia e per il tempo che mi ha dedicato, Oliver per le chiacchierate sulla Germania, e Annalisa per l'ospitalità.

domenica 26 febbraio 2012

La tua assenza

Perdere una persona che abbiamo amato tanto è sempre un evento tragicamente doloroso. Inizialmente si piange, a dirotto e inconsolabilmente. Poi si cerca di farsi forza e di essere un punto di riferimento, una presenza efficiente e discreta, per chi, pensiamo, possa soffrire più di noi. In una fase ancora successiva, ci si ritrova a raccogliere condoglianze, il più delle volte banali e vuote, o delle preziose confidenze di chi ha conosciuto e amato la stessa persona che abbiamo amato noi. E lì capisci che forse quella persona non la conoscevi così bene come pensavi, che hai perso un sacco di cose di lei, inconsapevolmente. Oppure, al contrario, può capitare che le persone ricostruiscano un ritratto che ti è talmente familiare che non lascia adito a dubbi o fraintendimenti. Quella persona sarà ricordata per le caratteristiche che più la rappresentano. Ed è rassicurante sentir dire da altri cose che tu stesso hai pensato di lei, vuol dire che non ti sei sbagliato.
Tutti dicono che il momento più brutto comincia quando tutti se ne vanno. Allora devi fare davvero i conti con l'Assenza. C'è chi cerca rifugio e consolazione in vecchie foto di momenti felici condivisi e c'è chi rimugina su passato, presente e futuro della propria esistenza, ritrovandosi a chiedersi: "chissà se sono riuscita a dimostrargli quanto gli ho voluto bene".

martedì 14 febbraio 2012

Bocciati e promossi

Ora sta venendo fuori il critico televisivo che è in me, che pure in genere sono buona come Mollica (nel senso del giornalista, ma anche nel senso di "buona come il pane") e mica cattiva come Grasso.
Durante il Festival della canzone italiana voi, illustrissimi direttori generali/artistici, non mi potete sparare QUARANTA minuti di monologhi deliranti di Adriano Celentano che spara a zero su chiunque solo perchè a lui (e solo a lui) è concesso fare e dire tutto senza che nessuno dica niente. Per non parlare della sua entrata in scena: una serie di effetti speciali simulavano l'imminente terza guerra mondiale con tanto di cacciabombardieri che facevano esplodere l'Ariston. Avrebbe potuto cantare tutto il tempo e l'avrei ascoltato senza fiatare. "Facciamo finta che sia vero" merita davvero, con l'inconfondibile apporto di Battiato.
Altre cose che si sarebbero proprio potuti risparmiare: la Canalis che personificava l'Italia, l'intervento dalla platea di Pupo che cercava di contrapporsi a Celentano, uscendo ovviamente distrutto dal confronto.
Promuovo, invece, le canzoni, almeno parte di quelle che sono riuscita a sentire finora: Dolcenera, Bersani e Noemi mi hanno quasi del tutto convinta al primo ascolto. Parlando da sua estimatrice, mi aspettavo qualcosa in più da Renga. Tutto sommato senza infamia e senza lode le canzoni (e le voci) di Civello e Fornaciari.
Promuovo i soliti Luca e Paolo canterini e Rocco col cappotto e la cartellina da "tecnico".
Ivanka si è smontata ancora prima di cominciare, quindi un non classificato per lei.

lunedì 6 febbraio 2012

Non credo nelle coincidenze

Ieri sera una persona degna della massima stima (e per me cerebralmente molto attraente) mi ha iniziato alla poesia della polacca Wislawa Szymborska, già premio Nobel per la Letteratura nel 1996. E stamattina, aprendo la mia posta elettronica, trovo una richiesta di invio di curriculum per uno stage. E io non credo nelle coincidenze.


Scrivere un curriculum


Che cos'è necessario?
E' necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.
A prescindere da quanto si è vissuto
è bene che il curriculum sia breve.
E' d'obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
e malcerti ricordi in date fisse.
Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.
Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all'estero.
L'appartenenza a un che, ma senza perché.
Onorificenze senza motivazione.
Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi.
Sorvola su cani, gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.
Meglio il prezzo che il valore
e il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.
Aggiungi una foto con l'orecchio in vista.
E' la sua forma che conta, non ciò che sente.
Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che tritano la carta.
(Wislawa Szymborska, da "Vista con granello di sabbia")

martedì 13 dicembre 2011

Trova le differenze (2)



martedì 4 ottobre 2011

Infopoint

Dato che ho pensato bene di ammalarmi alla seconda settimana di lezioni e non avendo niente di meglio da fare (o meglio, non avendo la forza per fare niente di meglio), vi scrivo qualche novità sulla mia vita recente, dato che credo siate rimasti un po' indietro.

Innanzi tutto ho finito il mio famoso stage per nottetempo, che mi ha lasciato tantissimi bei ricordi e soprattutto una valigia piena di libri da leggere.

Ho ricominciato i corsi per l'ultimo semestre universitario della mia vita e, data la solennità conferita alle ultime cose, il Signor Luiss ha pensato bene di fare in modo di farci ricordare questi orari finché vivremo.

Domenica scorsa, 2 ottobre, c'è poi stata la premiazione della seconda edizione del concorso si scrive Terracina, nell'ambito del Terracina Book Festival. Anche stavolta, come l'anno scorso, entrerò a far parte dell'antologia dei racconti finalisti (grandi soddisfazioni) come anche Clara Giannini e il dottor Calisi. Insomma abbiamo fatto l'en plein! (E, a proposito, è uscita l'antologia dei racconti dell'anno scorso, in vendita da Bookart... messaggio subliminale).

Sono stanca e febbricitante, vi lascio qui.

 
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