domenica 14 novembre 2010

Vedi Napoli e poi...

Vedi Napoli e poi muori. Questo avrebbe detto nientepopodimeno che Wolfgang Goethe dopo aver visitato la città durante il lungo peregrinare che lo portò a creare, nel 1817, il suo saggio "Viaggio in Italia".

Ebbene, Napoli l'ho vista ieri, per la seconda volta nella mia vita (cosa scandalosa data la vicinanza geografica e i treni ogni ora). L'ho vista parzialmente sia perchè una densa foschia e un cielo plumbeo che non ti aspetti impedivano al mio occhio di acchiappare tutte le forme e tutti i colori (coprendomi, peraltro, la punta del Vesuvio e le isole poco lontane), sia perchè, col poco tempo a disposizione e le mille cose da fare, non ho potuto girovagare liberamente fino a scoprire ogni angolo della città, come faccio in genere quando un posto mi colpisce particolarmente. Perchè, sì, Napoli mi ha colpita. Intanto, guardandola dall'alto, dalla terrazza della Certosa di San Martino, ho notato, non con poca meraviglia, di come non si riuscissero a distinguere le strade: vedevo, sotto di noi, solo case gialle e rossastre che si inseguivano fino ad arrampicarsi sulla collina, ma niente strade! Ho subito reso partecipi di questa osservazione i miei magnifici compagni di viaggio, i miei ciceroni: la famiglia dei "Calisi del borgo" al gran completo. Il Calisi senior mi ha detto che sì, effettivamente le strade a Napoli sono grandi quanto lo spazio minimo necessario per far passare due auto (molto più spesso sono proprio vicoli a senso unico) e che non esistono strade ad alto scorrimento. "Qui una Cristoforo Colombo sarebbe impensabile" [ricorrenti, in questa prima fase della gita e soprattutto da parte del Calisi-di-mezzo, parallelismi con la capitale, che, a confronto con Napoli, diventa improvvisamente per quest'ultimo la città più bella e funzionale al mondo]. In compenso si distinguono nitidamente la basilica di Santa Chiara, col suo grande chiostro sul retro, la piazza Gesù nuovo con al centro la guglia dell'Immacolata e,soprattutto, via Benedetto Croce, meglio conosciuta col soprannome di "Via Spaccanapoli" poiché si dice che questa tagli esattamente in due la città.
Dopo aver scattato qualche foto di rito, riscendiamo verso piazza Vanvitelli, il centro del Vomero, quartiere collinare della città, e ci immergiamo in un grande viale affollato di gente e negozi [sarà stato per l'isola pedonale, per i papà coi passeggini e, perchè no?, anche per il clima, ma questa Napoli mi ha ricordato la mia bella Bilbao e la sua Gran Via durante il periodo natalizio, di certo più ordinata ma ugualmente pullulata di gente... ah! nostalgia!].

Dopo un lauto pasto a casa di nonno Luigi e nonna Rosa in compagnia di gran parte della famiglia riunita per festeggiare il neo-laureato [parte su cui non mi soffermo, altrimenti dovrei scrivere 20 pagine di post], riprendiamo il nostro tour, stavolta comodamente seduti in macchina e scarrozzati da zia Teresa che ci porta alla scoperta di Posillipo, altro quartiere "in" della città, reso celebre (almeno per parte dell'universo femminile italiano) dalla soap opera "Un posto al sole". Anche in questo caso, e con una pazienza degna di Giobbe, la macchina si ferma di tanto in tanto, ci fa scendere tutti e permette alla me turista di scattare foto in quantità, mentre gli altri mi spiegano dove e cosa guardare: ho visto il San Paolo (!), ho visto Ischia e Capri e pure il promontorio di Pozzuoli, ho visto Castel dell'Ovo e il Maschio Angioino. Prima di scendere verso il lungomare, ci fermiamo anche lì dove un tempo c'era il pino marittimo, indiscusso, anche se non unico, protagonista di ogni cartolina di Napoli. Ei fu, povero pino. Pare che qualche anno fa si sia ammalato e l'abbiano dovuto rimuovere. Al suo posto adesso ne hanno piantato un altro, ma è piccolino e un po' spelacchiato, niente a che vedere col suo predecessore. Inoltre, pare anche che l'inquilino della casa che affaccia sul pezzo di terra dove cresce il pino abbia vietato ai pullman di turisti di fermarsi per fare foto... mah!


Finalmente scendiamo verso il mare, ci rechiamo all'appuntamento con Calisi senior a piazza del Gesù nuovo, liberando la zia Teresa che tanto ci ha fatto vedere. Arriviamo a vedere da vicino ciò che poche ore prima avevamo scorso dall'alto. Ci incamminiamo per via Spaccanapoli, piena di botteghe e bancarelle già tutte addobbate per (l'imminente?) Natale e arriviamo alla fine a Via San Gregorio Armeno, famosissima in tutto il mondo per essere il ricettacolo di botteghe di artigiani maestri nell'arte del presepe. E qui ne ho davvero viste di tutti i colori: statuine di ogni tipo, dalle classiche in terracotta alle moderne meccanizzate, dalle dissacranti ed attuali [hanno fatto in tempo a creare anche Ruby che esce da un calderone con addosso solo un costumino succinto] alle icone di tutti i tempi [un capitolo a parte meriterebbero gli idoli calcistici. A Maradona è stato dedicato, fuori da un bar, un'edicola, di quelle che in genere ospitano madonne col bambino, per intenderci. Sotto quest'altarino si legge una scritta che recita più o meno così: "L'hai fatta la foto? Mò vieni dentro e pijate o' café se no ti cade la macchinetta e ti si spacca l'obiettivo". Mi rendo conto di non aver reso giustizia ai geniali padroni del bar con questa citazione ibrida napoletano-italiano, ma ancora non mastico troppo bene la lingua partenopea]. Per non parlare degli accessori: bacnhi di pesce, salumi e formaggi, sacchi di spezie, galline in gabbia, eccetera, eccetera, eccetera. Qualcosa di meraviglioso.

Proseguiamo per questi vicoli fino ad arrivare in piazza Dante dove riprendiamo la metro per tornare verso casa. Il giro turistico è proprio finito e a me sembra di aver visto solo la milionesima parte di quello che avrei dovuto vedere. Perciò mi viene da dire - non me ne voglia Goethe - "vedi Napoli e poi... tornaci!". Di morire non ne ho voglia. Almeno per adesso.
Valeria
Ringraziamenti:
Credo che nessuno della big family avrà mai modo di leggere questo post, ma spero comunque che Luigi inoltrerà a tutti loro i miei più sentiti ringraziamenti per questa splendida giornata. Nonno Luigi e nonna Rosa sono stati adorabili, degli ottimi padroni di casa, e come sempre molto affettuosi con me [nonno Luigi ci ha espressamente detto che dovrà allargare il tavolinetto delle foto per fare spazio a quella del matrimonio!!!]; zia Teresa, impagabile guida-guidatrice nonché sceglitrice dei bellissimi orecchini che ho ricevuto in regalo; zio Franco, cuoco della famiglia, che ha preparato squisiti manicaretti, ma che merita un 10 e lode solo per la sua meravigliosa caprese; zio Ernesto che sembrava così interessato alla mia tesi e mi faceva domande a raffica e che si sentiva vecchio perchè gli davo del lei; e ovviamente ringrazio i "Calisi del Borgo" che grazie al loro giro ben studiato sono riusciti a darmi una visione d'insieme della città e a farmela apprezzare in ogni sua sfumatura e stravaganza.
P.S. Non ci crederete, ma anche a Napoli chi va in motorino usa il casco! E nessuno passa col rosso ai semafori! Però un po' di munnezza l'ho vista, purtroppo...

domenica 19 settembre 2010

giovedì 13 maggio 2010

Da un libro che ho riletto

"fatti
di pezzi d'uomo
messi insieme
con pazienza orefice
braccia e orecchie conserte
eclissi parziale di occhi
camminavamo sul filo
con in bocca il cucchiaio
sul cucchiaio l'uovo
sull'uovo il peso del cielo"

da: Gli anni in cui eravamo distratti, Luciano Ligabue


La voglia di recuperare questo blog si scontra con una costante mancanza d'ispirazione. Allora lascio parlare lui al posto mio, lui che sembra avere sempre qualcosa da dire e che sembra farlo così bene.

domenica 24 gennaio 2010

domenica 17 gennaio 2010

Recensioni di una mente contorta

Elettra
Ultimo disco della cantantessa, tornata col botto, come direbbero a Roma, dopo mesi (anni) di latitanza dal panorama musicale italiano. Adesso direte che sono di parte, ma questo suo ultimo lavoro è davvero impressionante! C’è dentro di tutto, a cominciare da un meraviglioso mix di musicalità geograficamente distanti come quella siciliana, sudamericana (a tratti caraibica, azzarderei), addirittura balcanica e nord europea, sempre accompagnate dai testi ricercatissimi che la contraddistinguono. E il suo continuo sperimentare si percepisce anche dagli stessi testi, in cui sempre più spesso alterna l’italiano ad altre lingue, come l’arabo, il francese e soprattutto il suo amato dialetto catanese, da cui, per fortuna, non è riuscita a staccarsi neanche dopo i suoi lunghi soggiorni oltre oceano. Adoro in particolare queste canzoni, mi sembra siano ancora più vere, interpretate con più passione, con più orgoglio. A questo proposito vi consiglio di ascoltare ‘A finestra, tratta da quest’ultimo album. Anche se probabilmente non capirete niente, sono sicura che vi farete coinvolgere!
Un’altra cosa a cui ho fatto caso solo ora è che anche lei, come Fabrizio De Andrè (Stefano mi odierà per questa azzardata similitudine), tende a dedicare parecchie sue canzoni a persone (o stereotipi di persone) determinate, come ha fatto ad esempio Contessa miseria, Signor Tentenna, Eva contro Eva, Mio zio, Elettra. In questo modo, infatti, non solo si può prendere spunto dalla vita reale a dalle bizzarre persone che popolano questo mondo, ma si evita di essere banali o ripetitivi.
Qui a Bilbao ho conosciuto molte ragazze siciliane che adorano Carmen Consoli quasi quanto me, ma in generale so che a molti non piace, per il suo stile, per la sua voce, per la sua “ricercatezza”, non so. Poi c’è però un’altra categoria di persone che chiamerei “gli scettici”: ecco, a questi consiglio vivamente di ascoltare questo suo nuovo lavoro, perché secondo me merita davvero.
Concludo dicendo che il connubio con Consoli-Battiato è uno dei più azzeccati, almeno da vent’anni a questa parte, e spero continuino a regalarci sempre nuove “chicche”.

Emmaus
Non voglio parlarvi di religione, state tranquilli. “Emmaus” è solo il titolo che Alessandro Baricco ha scelto per il suo ultimo romanzo. Non mi dilungherò nell’elogiare il suo stile, anche perché la molti di voi già lo conoscono, e lo adorano perfino. Volevo solo parlarvi delle mie impressioni a riguardo. È un libretto piccolo piccolo, molto diverso dai suoi precedenti romanzi. Coordinate spazio temporali sono pressoché assenti, ma dà comunque l’idea di essere molto realistico, molto verosimile. È la storia di quattro adolescenti, Luca, Il Santo, Bobby e l’io narrante senza nome (che a me piace pensare possa essere l’autore stesso a quell’età) attaccati quasi con aggressività alla loro fede cristiana, a cui si sentono di appartenere “per tradizione”, e alle loro famiglie borghesi, fatte di persone normali che vivono in “un mondo in cui si spegne la luce uscendo dalle stanze – le poltrone sono coperte dal cellophane, in sala”. Dall’altra parte c’è Andre, una ragazza (al contrario di quello che il nome ci suggerisce) bella e dannata, che appartiene al mondo di quelli che “sono semplicemente ricchi” e in cui “la chimica della vita non produce formule esatte ma spettacolari arabeschi”. La maggior parte delle volte i due mondi convivono, distinti e separati, senza darsi troppo fastidio. Ma a volte, pur non volendo, possono entrare in contatto. Ed è a questo punto che comincia il confronto: i valori nei quali si credeva fermamente crollano, ci si perde per strada mentre si cercano risposte alle classiche domande esistenziali che ognuno di noi si fa, almeno una volta nella vita. Inizia, insomma, il confronto, mirato a cercare di capire chi stia meglio di chi, chi sia più vicino a Dio, chi più vicino alla morte. E non in tutti i casi la risposta esatta è quella più intuitiva.

giovedì 14 gennaio 2010

I love Random

Pare che giù splenda il sole. Qua, invece, infuria la buriana, per usare un latinismo.


Dopodomani primo vero esame, altra modalità, altra lingua, ma la voglia di studiare è poca e più il tempo passa, più questa cala inesorabilmente.


I miei coinquilini volevano farmi vedere il capolavoro dei capolavori del cinema, Arancia meccanica, all'una a.m., giusto per andare a dormire tutti più tranquilli.
Me la sono data a gambe dopo appena venti minuti, dopo aver visto e sentito quel tanto che bastava per terrorizzarmi e per farmi odiare Singin' in the rain. Potrà sembrare assurdo, ma la cosa che più mi ha inquietato, dal poco che ho visto, non è stata la violenza atroce e gratuita, ma l'assurdo linguaggio che usavano tutti i personaggi, un linguaggio finto e apparentemente bambinesco, tipo l'alfabeto farfallino che ci piaceva tanto parlare da piccoli. In poche parole assolutamente fuori contesto, estraneo, anzi opposto, al filo rosso del film e proprio per questo motivo assolutamente congeniale a esso. Stesso discorso per la colonna sonora: Beethoven suona le sue belle sinfonie mentre quattro ragazzacci vanno in giro a drogarsi e a picchiare (nel migliore dei casi) la gente.


Stasera cena "ciuri ciuri" a casa di Enrica e Fabiola. Pasta al pistacchio e tiramisù... Ce piace!


venerdì 8 gennaio 2010

Notte fonda


“Un viejo rabino preguntó una vez a sus alumnos cómo se sabe la hora en que la noche ha terminado y el día ha comenzado. Será, dijo uno de los alumnos, cuando uno puede distinguir a lo lejos un perro de una oveja? No, contestó el rabino. Será, dijo otro, cuando puedo distinguir a lo lejos un almendro de un duraznero? Tampoco, contestó el rabino. Cómo lo sabemos entonces?, preguntaron los alumnos. Lo sabemos, dijo el rabino, cuando, al mirar a cualquier rostro humano, reconozcas a tu hermano o a tu hermana. Mientras tanto, seguiremos estando en la noche.”
 
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